L’Italia non è un paese civile,lo afferma Amnesty International

20130619-080058.jpgIl Rapporto annuale di Amnesty International che documenta le violazioni dei diritti umani commesse nel 2012 in 159 Paesi del mondo riporta cifre che, in questo terzo millennio “civile”, sono davvero allarmanti. Infatti, secondo quanto si legge, ben 112 sono i Paesi che hanno perpetrato torture nei confronti dei cittadini; in 80 Paesi si sono svolti processi iniqui; le forze di sicurezza hanno commesso uccisioni illegali in tempo di pace in 50 Paesi; uomini, donne e bambini sono stati vittime di sgomberi forzati in 36 Paesi.
Cosa ancora più preoccupante, in queste statistiche rientrano non soltanto i soliti noti, Stati dai regimi ambigui dediti a violazioni di questo tipo, ma anche Paesi che appartengono al cosiddetto “Primo Mondo”, garante di benessere, giustizia ed equità. Spicca subito l’Italia: un’intera sezione le è stata dedicata e, scorrendo la pagina verso il basso, si ha una sensazione di enorme sconforto. Un elenco lungo, troppo lungo. Possibile che nel 2012, nel cuore dell’Europa, tutto questo possa ancora accadere? Sì. Ed ecco i fatti: il 3 Aprile l’Italia ha sottoscritto un nuovo accordo con la Libia al fine di arginare il fenomeno migratorio, ignorando del tutto la necessità di protezione internazionale dei migranti e richiedenti asilo politico che rischiano gravi abusi nei relativi Paesi di appartenenza. Lo stesso Commissario del Consiglio Europeo per i diritti umani ha criticato il trattamento riservato ai rifugiati, ospitati in centri di accoglienza molto al di sotto degli standard internazionali, rimpatriati aggirando le tutele legali e del tutto esposti a sfruttamento ed abusi lavorativi.
E ancora: il reato di tortura non è stato introdotto nel codice penale, come previsto dalla Convenzione ONU contro le torture; il risultato più eclatante è stata la pena irrisoria inflitta agli agenti di polizia responabili dei maltrattamenti nei confronti di alcuni manifestanti, verificatisi il 21 Luglio 2001 in occasione del G8 di Genova. Inoltre, le indagini inadeguate su casi di decesso avvenuti durante il periodo di custodia cautelare hanno impedito l’accertamento delle debite responsabilità, sollevando timori su un utilizzo non conforme al diritto internazionale delle armi da fuoco da parte delle forze di polizia. Nel rapporto di Amnesty International sono riportati tre casi di decessi avvenuti in condizioni non chiare, quelli di Marcelo Valentino Gomez Cortès, Aldo Bianzino e Giuseppe Uva: tutti processi conclusi con pene minime o assoluzioni.
In ultimo, il triste elenco menziona la violenza contro donne e ragazze, ancora diffusa a tal punto da far registrare circa 122 casi di omicidio nell’arco del 2012.
Quanto è lunga, ancora, la strada per la civiltà? Quella vera, sostanziale, non ereditata per semplici posizioni geografiche.

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